Montagna sbagliata, comuni fragili penalizzati dalla riforma Calderoli

Criteri più “oggettivi”, meno comuni montani. Ma dietro la semplificazione si nasconde una scelta politica precisa: ridefinire chi merita di essere sostenuto. C’è una linea sottile tra riordino e riduzione. La riforma della montagna voluta dal ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Roberto Calderoli la attraversa tutta. Sulla carta, l’obiettivo è ineccepibile: meno dispersione di risorse, criteri chiari, una definizione finalmente rigorosa di “comune montano”. Nella sostanza, però, la riforma riscrive la mappa degli aiuti pubblici. E quando si riscrive una mappa, si decide inevitabilmente chi resta e chi scompare. La nuova classificazione dei comuni montani in Italia, basata sulla Legge 131/2025 (criteri altimetrici e di pendenza), sta escludendo numerosi comuni dalla qualifica di "montani", comportando la perdita di fondi FOSMIT e agevolazioni fiscali. Il nuovo elenco ufficiale parla chiaro: i comuni montani riconosciuti scendono a 3.715, circa 350 in meno rispetto al passato. Ma questo è solo il dato generale. Il punto vero è come questi tagli si distribuiscono sul territorio e cosa comportano davvero. Un taglio tecnico, si dirà. Ma la tecnica, quando distribuisce risorse, è sempre politica.

La geografia del taglio

La riduzione non colpisce tutti allo stesso modo. Colpisce soprattutto le aree interne, i territori marginali, i comuni già fragili. Non è un dettaglio. È il cuore del problema. Perché essere classificati come comune montano non significa avere un’etichetta in più. Significa avere accesso a servizi, incentivi, opportunità. Significa poter restare. Chi esce da quella classificazione perde molto più di un finanziamento: perde pezzi di futuro.

Comuni montaniElenco attualeBozza Dic. 2025Testo Feb. 2026
Abruzzo227178200
Basilicata11590108
Calabria283204256
Campania298176291
Emilia-Romagna1277199
Friuli-V. G.1056976
Lazio240144212
Liguria186106142
Lombardia522436539
Marche1075078
Molise12398114
PA Bolzano116108116
PA Trento166163166
Piemonte509411558
Puglia611433
Sardegna23474132
Sicilia185145218
Toscana14982113
Umbria913257
Valle d’Aosta747474
Veneto143119133
TOTALE4.0612.8443.715


Cosa significa uscire: non solo fondi, ma vita quotidiana

Essere classificati come comune montano non è un’etichetta. È una condizione che determina cosa puoi permetterti di fare e se puoi restare. La legge 131/2025 costruisce, infatti, un vero sistema di incentivi, che ruota attorno a quattro pilastri.

AmbitoRiferimento normativoMisura prevista
Servizi essenzialiArtt. 6 e 7Credito d’imposta per medici e insegnanti che si trasferiscono nei comuni montani: fino al 60% delle spese di affitto o mutuo, con un massimo di 2.500 € annui (fino a 3.500 € nei piccoli comuni).
CasaArt. 27Agevolazioni per l’acquisto e la ristrutturazione della prima abitazione.
LavoroArt. 25Incentivi alle imprese giovanili con fiscalità agevolata (aliquota al 15%).
TerritorioArt. 19Sostegno all’agricoltura e alla gestione ambientale.


La riforma costruisce un sistema coerente: incentivi per medici e insegnanti, agevolazioni per la casa, sostegno al lavoro giovanile, interventi sul territorio. Un impianto pensato per contrastare lo spopolamento. Ma con una condizione: essere dentro. Chi resta nella classificazione può attrarre competenze, investimenti, persone. Chi ne esce resta solo.

Il paradosso dei comuni montani

È qui che la riforma mostra il suo punto più controverso. La nuova classificazione, basata su criteri più rigidi di altitudine e morfologia, rischia di escludere centinaia, nelle prime versioni oltre mille, comuni storicamente montani. E genera un paradosso evidente: chi è forte resta dentro, chi è fragile rischia di uscire. Località come Cortina d’Ampezzo o Courmayeur, con economie solide e turismo internazionale, mantengono pienamente lo status. Al contrario, molti comuni dell’Appennino, segnati da spopolamento, isolamento e rischio idrogeologico, rischiano di perderlo. Il punto critico è proprio questo: questi territori non stanno semplicemente cambiando classificazione, stanno già perdendo abitanti, servizi e funzioni essenziali. Scuole che chiudono, presidi sanitari ridotti, giovani che se ne vanno. La classificazione montana non è un’etichetta: è spesso l’ultimo argine contro questo declino. Il paradosso diventa ancora più evidente nei casi concreti. Il caso più simbolico è quello di Positano. Una delle località più ricche e turistiche d’Italia, con prezzi immobiliari tra i più alti e un’economia fortemente attrattiva, viene classificata come comune montano per la sua conformazione verticale tra Nocelle e Montepertuso. Questo le consente di accedere a fondi pensati per territori a rischio spopolamento. E il caso non è isolato. Sempre in Campania, anche Vico Equense rientra in questa dinamica di comuni montani con forte vocazione turistica. Nel Nord, località come Cortina d’Ampezzo continuano a beneficiare dello status di Comune montano pur avendo economie solide e autonome. Nel frattempo, nei territori appenninici si svuotano i paesi; si riducono i servizi e aumenta la fragilità sociale ed economica. È qui che il paradosso diventa strutturale. Le risorse pensate per contrastare lo spopolamento rischiano di restare dove lo spopolamento non c’è, mentre vengono meno dove il declino è più forte. Il problema non sono questi comuni, il problema è il criterio.

Il limite del modello

L’Italia reale non è fatta solo di altitudine. Ci sono territori che non rientrano nella montagna “classica” ma vivono condizioni di isolamento anche più severe. Pensiamo a molte aree del Sud o della Sardegna: lontane dai servizi, con infrastrutture deboli, con economie fragili. Territori che la riforma fatica a leggere, perché non rientrano nei parametri. Il problema non è la precisione del modello. È ciò che il modello decide di non vedere. Allo stesso modo, regioni come l’Umbria mostrano quanto sia fragile il confine tra dentro e fuori. La geografia reale non coincide con quella amministrativa.

Il cuore della contraddizione

Il governo rivendica la scelta: meno dispersione, più efficienza. È una logica chiara, ma non neutrale. Le politiche per la montagna nascono per compensare uno svantaggio. Se si smette di misurare quello svantaggio, si smette anche di correggerlo. E a quel punto, l’efficienza diventa selezione. La riforma si basa su criteri oggettivi come l’altitudine; la pendenza; le percentuali territoriali. Ma questi criteri non misurano l’isolamento; l’accesso ai servizi; lo spopolamento e la fragilità economica. Misurano la forma del territorio, non la sua difficoltà.

La domanda giusta

La questione non è se la legge debba essere più precisa. La questione è: precisa rispetto a cosa? Se l’obiettivo è definire la montagna, la riforma funziona. Se l’obiettivo è sostenerla, la riforma rischia di fallire.

Conclusione

La legge Calderoli non ridisegna solo la mappa della montagna.
Ridisegna la mappa delle opportunità. Perché oggi essere “comune montano” significa avere accesso a casa, lavoro, servizi. E guardando ai dati, la direzione appare chiara: meno comuni, ma non necessariamente quelli più fragili. Perché quando trasformi la montagna in una soglia, finisci per perdere di vista ciò che la rende davvero tale. E nel tentativo di aiutare meglio la montagna, si rischia di aiutare quella sbagliata.

 

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