La Regione Toscana conferma il proprio impegno per l’autonomia e l’occupazione femminile, puntando sul sostegno alle donne che hanno vissuto percorsi di violenza di genere. Con un bando attivo fino al 31 dicembre 2026, la Regione incentiva le imprese private ad assumere donne inserite nei percorsi di occupabilità previsti dalla DGR 122/2024, attraverso contributi economici modulati in base al tipo di contratto. Una misura strutturata e di lungo periodo, pensata per favorire l’inserimento e il reinserimento lavorativo come leva fondamentale di indipendenza e uscita dalla violenza.
In questo quadro si colloca l’intervista alla dottoressa Vittoria Doretti, ufficiale OMRI, direttrice area dipartimentale Promozione ed Etica della Salute, presidente Comitato unico garanzia e DE&I manager per l’azienda USL Toscana Sud Est, fondatrice e responsabile Rete Regionale Codice Rosa Regione Toscana, esperta CTS Osservatorio sul fenomeno della violenza nei confronti delle donne e la violenza di genere della Presidenza del Consiglio dei Ministri DPO, per approfondire obiettivi, strumenti e significato di una politica che intreccia lavoro, diritti e protezione sociale.
Il Codice Rosa nasce in Toscana come risposta innovativa alla violenza di genere in ambito sanitario. Guardando agli inizi di questo percorso, quali sono state le principali resistenze culturali e organizzative che avete dovuto superare per trasformare un’idea in un modello riconosciuto a livello nazionale?
“Il Codice Rosa è nato in Toscana nel 2010 come un’innovazione che rompeva schemi consolidati, e come ogni cambiamento profondo ha incontrato resistenze sia culturali sia organizzative. Il sistema sanitario, per sua natura, tende a difendere le prassi esistenti: secondo i dati del 2022 ancora oggi solo il 63% dei pronto soccorso in Italia ha recepito il modello, benché divenuto a carattere nazionale, e come emerso dalla Commissione parlamentare di inchiesta nel 2022, solo 12 Regioni lo hanno formalmente adottato. Per molto tempo la violenza di genere è stata percepita come un tema di serie B, residuale, non prioritario rispetto ad altre emergenze sanitarie. In alcuni casi è stata persino liquidata come una questione che non ‘riguarda tutti e tutte’ oppure ridotta a un problema marginale o ideologico, privo di una reale rilevanza collettiva. Questo ha prodotto effetti concreti: alcune ‘stanze rosa’, durante il Covid, sono state chiuse o progressivamente svuotate di significato, perché ritenute meno urgenti rispetto ad altri bisogni. Le resistenze, va detto con chiarezza, sono state e in parte restano soprattutto culturali. Dal 2014 in poi, quando il percorso è stato esteso a tutta Italia, è stato difficile far passare l’idea che la violenza non sia un tema marginale, ma un determinante di salute pubblica. Qualcosa è cambiato nel tempo, anche grazie a un forte supporto politico e dirigenziale a livello centrale, che ho avuto la fortuna di incontrare. Senza quell’appoggio, il modello non sarebbe mai diventato un riferimento nazionale. La sfida oggi si sposta su un altro piano: la sensibilizzazione del top management, non solo pubblico ma anche privato. Spesso manca la consapevolezza del valore della diversità e dell’impatto che questi temi hanno sull’organizzazione stessa. In questo senso, il lavoro sulla formazione è cruciale: abbattere stereotipi, generare professionisti capaci di riconoscere e affrontare la violenza in tutte le sue forme, comprese quelle legate all’odio. Il Codice Rosa è un modello che può e deve essere applicato anche all’interno di tutte le organizzazioni, come strumento di cultura, prevenzione e responsabilità”.
La Regione Toscana ha rafforzato gli incentivi per l’occupazione femminile, sostenendo l’inserimento lavorativo di donne in condizioni di fragilità. Dal suo punto di vista, quanto l’autonomia economica rappresenta un fattore decisivo nei percorsi di uscita dalla violenza?
“L’autonomia economica è uno dei fattori più decisivi nei percorsi di uscita dalla violenza. Spesso la violenza non è solo fisica o psicologica, ma anche economica: il controllo delle risorse, l’impossibilità di lavorare, la dipendenza finanziaria sono strumenti che legano le donne a relazioni violente. In Toscana abbiamo iniziato a lavorare su questi temi con largo anticipo, anni prima della Convenzione di Istanbul, mettendo in campo azioni concrete e non solo dichiarazioni di principio. Per questo sono particolarmente fiera di tutte le azioni che sostengono l’inserimento lavorativo delle donne in condizioni di fragilità: rappresentano un passaggio fondamentale dalla tutela all’autonomia. Il lavoro, insieme alla casa e al sostegno sociale, consente alle donne di riprendere in mano la propria vita, di fare scelte libere e di costruire un futuro per sé e per i propri figli. Senza indipendenza economica, i percorsi di uscita dalla violenza restano spesso incompleti o fragili”.
La finanza agevolata può essere una leva di cambiamento sociale. In che modo strumenti di finanziamento pubblico, se ben progettati, possono rafforzare il sistema sanitario nel prevenire e contrastare la violenza sulle donne, proprio come cita l’avviso del programma regionale di sviluppo 2021-2025?
“La finanza agevolata, progettata con visione e responsabilità, può diventare una potente leva di cambiamento sociale. Gli strumenti di finanziamento pubblico non servono solo a sostenere strutture o servizi, ma a costruire sistemi integrati capaci di prevenire, intercettare e contrastare in modo efficace la violenza sulle donne. Nel contesto del Programma Regionale di Sviluppo 2021–2025, il valore aggiunto sta proprio nell’orientare le risorse verso modelli di intervento strutturali: formazione continua del personale sanitario, creazione di task force multidisciplinari, rafforzamento delle reti territoriali che coinvolgono sanità, magistratura, forze dell’ordine, centri antiviolenza e istituzioni locali e incentivi alle imprese private. La violenza prospera nella solitudine. Per questo i contributi pubblici devono favorire alleanze, coordinamento e condivisione di responsabilità. Ogni progetto ben disegnato riduce frammentazioni e crea percorsi chiari di presa in carico, mettendo al centro la persona e il principio di tolleranza zero. Essere parte di una squadra così ampia è motivo di orgoglio per me, perché è proprio il lavoro corale che fa la differenza. La speranza non può essere lasciata al caso o alla buona volontà dei singoli: deve essere sostenuta da politiche pubbliche solide, strumenti adeguati e una visione comune che non lasci spazio all’indifferenza”.
Il Codice Rosa si fonda su un approccio integrato tra sanità, servizi sociali, giustizia e terzo settore. Quanto è importante che i bandi e le misure di finanza agevolata favoriscano questa integrazione, evitando interventi frammentati o solo emergenziali?
“L’integrazione non è un elemento accessorio del Codice Rosa, ma il suo fondamento. La violenza non è mai un evento isolato né un’emergenza da gestire in modo episodico: è un fenomeno complesso che richiede risposte coordinate tra sanità, servizi sociali, giustizia e terzo settore. Per questo è essenziale che i bandi e le misure di finanza agevolata siano progettati per favorire modelli integrati, evitando interventi frammentati o limitati alla sola gestione dell’urgenza. L’esperienza della rete sanitaria toscana, avviata già nel 2009 e resa operativa dal 2010, insieme al ‘Libro Bianco’, dimostra che il cambiamento è possibile quando alle politiche si affiancano visione, leadership e un impegno costante ai più alti livelli decisionali. Le risorse pubbliche, se ben indirizzate, possono rafforzare le alleanze territoriali, sostenere la formazione condivisa degli operatori e garantire continuità ai percorsi di presa in carico. In questo quadro, anche gli incentivi per l’occupazione femminile assumono un valore strategico: non sono semplici misure di welfare, ma strumenti strutturali di prevenzione e libertà, capaci di incidere sulle cause profonde della violenza. Solo un approccio integrato, sostenuto da politiche e finanziamenti coerenti, può trasformare l’intervento da risposta emergenziale a reale cambiamento di sistema”.
Guardando al futuro, quali caratteristiche dovrebbero avere le politiche di finanziamento pubblico nella sanità, nelle politiche attive del lavoro e nel mondo imprenditoriale, per sostenere davvero modelli come il Codice Rosa e generare un impatto duraturo sul benessere delle donne e delle comunità?
“Le politiche di finanziamento pubblico dovrebbero avere tre caratteristiche fondamentali: continuità, integrazione e visione di lungo periodo. La prima è la continuità. Modelli come il Codice Rosa non possono vivere di finanziamenti intermittenti o legati all’emergenza. Servono risorse strutturali, stabili, che consentano programmazione, formazione costante degli operatori e valutazione degli esiti. Senza continuità, anche le buone pratiche rischiano di disperdersi. La seconda è l’integrazione. I finanziamenti devono essere pensati per rafforzare le reti, non i singoli attori. Sanità, servizi sociali, giustizia, terzo settore e politiche attive del lavoro devono essere messi nelle condizioni di lavorare insieme, con obiettivi comuni e responsabilità condivise. La violenza non si contrasta con interventi frammentati, ma con sistemi capaci di prendersi cura delle persone in modo completo. La terza è la visione di lungo periodo. Le politiche pubbliche devono puntare non solo sulla protezione immediata, ma sull’autonomia e sull’empowerment delle donne: accesso al lavoro, all’abitazione, alla formazione. In questo senso, le politiche attive del lavoro sono parte integrante della prevenzione, perché l’autonomia economica è una leva decisiva di libertà e di benessere. Se queste tre dimensioni si tengono insieme, continuità, integrazione e visione, il finanziamento pubblico diventa uno strumento di cambiamento reale, capace di generare un impatto duraturo non solo sulle donne, ma sull’intera comunità”.
CODICE ROSA
Il Codice Rosa è un percorso sanitario dedicato all’accoglienza e alla presa in carico delle vittime di violenza, in particolare donne, minori e persone colpite da discriminazioni o vulnerabilità. Attivo in qualunque modalità di accesso al sistema sanitario, dall’emergenza-urgenza alla degenza ordinaria, il Codice Rosa prevede procedure strutturate di riconoscimento precoce, tutela e attivazione dei servizi territoriali, in un’ottica di continuità assistenziale. Quando riguarda la violenza di genere contro le donne prende il nome di Percorso Donna, mentre per le vittime di crimini d’odio si configura come percorso dedicato alle violenze legate a discriminazione. Nato nel 2010 a Grosseto come progetto pilota dell’allora ASL 9, il Codice Rosa diventa progetto regionale nel 2011 grazie a un protocollo tra Regione Toscana e Procura Generale di Firenze, fino a estendersi a tutte le aziende sanitarie toscane nel 2014. Nel 2016 viene istituita formalmente la Rete regionale Codice Rosa, un sistema “tempo-dipendente” pensato per garantire risposte rapide, integrate e omogenee su tutto il territorio nazionale. La rete opera in stretta sinergia con Centri antiviolenza, servizi sociali, istituzioni e autorità giudiziarie, coordinando competenze sanitarie e non sanitarie. Centrali sono anche la formazione continua e multidisciplinare degli operatori e la collaborazione interistituzionale, riconosciute come strumenti decisivi per far emergere un fenomeno ancora in larga parte sommerso e offrire alle vittime percorsi efficaci di cura, protezione e autonomia.
VITTORIA DORETTI
Laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Siena, è specialista in Cardiologia, Anestesia e Rianimazione ed è esperta in Bioetica, organizzazione dei servizi sanitari di base e scienze forensi, con particolare riferimento alla criminologia, alla security, alle investigazioni e all’intelligence. È Direttrice dell’Area Dipartimentale Promozione ed Etica della Salute dell’Azienda USL Toscana Sud Est, dove ricopre anche il ruolo di DE&I Manager (Diversity, Equity and Inclusion Manager) e di Presidente del Comitato Unico di Garanzia per le Pari Opportunità, per la valorizzazione del benessere lavorativo e per il contrasto alle discriminazioni. È inoltre Responsabile della Rete Regionale Codice Rosa della Regione Toscana, un percorso di accesso dedicato al Pronto Soccorso rivolto in particolare a donne, minori e vittime di crimini d’odio. Svolge attività accademica come Professoressa a contratto presso il Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università degli Studi di Firenze. Nel corso della sua carriera ha collaborato e collabora, a livello nazionale e internazionale, con numerosi ministeri, enti e istituzioni, occupandosi in particolare di politiche di genere, contrasto alla violenza sulle donne e sui minori e prevenzione dei crimini d’odio. Per il suo impegno ha ricevuto numerosi riconoscimenti ed encomi in Italia e all’estero. Tra i principali incarichi istituzionali, è componente dei gruppi di lavoro su violenza contro le donne, tutela dei minori e medicina di genere della FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) ed è componente esperta, per comprovata ed elevata professionalità, del Comitato Tecnico Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sul fenomeno della violenza nei confronti delle donne e sulla violenza domestica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità, incarico che ricopre dal 2022. È stata Coordinatrice scientifica del Progetto Nazionale Biennale 2021–2023 “Strategie di prevenzione della violenza contro le donne e i minori attraverso la formazione di operatrici e operatori di area sanitaria e sociosanitaria, con particolare riguardo agli effetti del Covid-19”, promosso dal Centro Nazionale per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie del Ministero della Salute, nell’ambito di un accordo di collaborazione con la Regione Toscana, con l’Azienda USL Toscana Sud Est come ente esecutore. In precedenza è stata Coordinatrice del Gruppo di Lavoro “Donne con Disabilità” del Comitato Tecnico Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, su indicazione del Ministero della Salute, nonché Consulente della Commissione Parlamentare di Inchiesta sul Femminicidio e su ogni forma di violenza di genere del Senato della Repubblica. Ha inoltre fatto parte del gruppo di lavoro internazionale su Gender Violence del Women20 Engagement Group del G20 nel 2021. È stata infine componente esperta del Tavolo “Percorso di Tutela” istituito all’interno dell’Osservatorio nazionale sul fenomeno della violenza presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità, che ha contribuito all’elaborazione delle “Linee guida per le Aziende sanitarie e ospedaliere in tema di soccorso e assistenza sociosanitaria alle vittime di violenza”, successivamente adottate con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 24 novembre 2017 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale n. 24 del 30 gennaio 2018.