Imprese culturali e creative, decreti attuativi nel cassetto

La data di uscita era fissata all’11 aprile, ma dei decreti attuativi delle Imprese culturali e creative (Icc) non c’è ancora nessuna traccia. E non solo in Gazzetta: le bozze non sono arrivate neanche agli operatori del settore – con cui il ministero della Cultura aveva già da tempo avviato un dialogo – chiamati a vagliare i testi. Un ritardo, c’è da dire, fisiologico, vista la complessità del tema. L’ostacolo principale riguarda la definizione del perimetro delle Icc: chiarire cioè secondo quali criteri le imprese verranno iscritte o meno nel registro speciale che le Camere di commercio saranno tenute a stilare. Ma andiamo con ordine.

La legge sul Made in Italy (206/2023) di fine dicembre ha riconosciuto all’articolo 25 la denominazione di Imprese culturali e creative per qualunque ente che si occupi di «ideazione, creazione, produzione, sviluppo, diffusione, promozione, conservazione, ricerca, valorizzazione e gestione di beni, attività e prodotti culturali». La forma giuridica dell’ente non è discriminante, purché queste attività vengano svolte in via esclusiva e prevalente. Insomma, un bacino ampio da cui attingere, che supera la classificazione per codici Ateco e passa dal teatro all’editoria.

Così i decreti al momento si trovano sul tavolo di Unioncamere, Mic e Mise, in attesa di trovare una quadra. A guidare la ricerca dei criteri perimetrali è una domanda: dove finisce la creazione e inizia la produzione? Perché vicino ai settori più classici, come cinema, musica o arte, ci sono realtà come la moda e il design che, focalizzate sul prodotto, spesso sfociano nell’industria.

«La perimetrazione è importante perché va a definire una filiera – spiega Francesca Velani, vicepresidente e direttrice Cultura e sviluppo sostenibile di PromoPa –. Se ho un cluster chiaro posso ascoltarlo e creare dei servizi, fare delle politiche, analizzare come si muove rispetto agli orientamenti internazionali, fare sì che a seconda del territorio dialoghi con altri comparti. Permette, insomma, di canalizzare le risorse».

Anche perché, i tre milioni di euro annuali destinati dalla legge alle Icc fino al 2033, dovranno essere indirizzati da un Piano strategico decennale, atteso all’inizio del prossimo anno. «L’intenzione del Mic è quella di integrare il fondo anno per anno, ma noi vorremmo che il Piano strategico venisse rinnovato di volta in volta, individuando delle linee di sviluppo che portino a una vera innovazione, a un miglioramento delle capacità imprenditoriali delle imprese. Perché una pioggia di finanziamenti senza dialoghi e obiettivi non serve a molto», prosegue Velani.

Serve, insomma, censire il settore. Al momento i dati disponibili, contenuti nell’indagine Excelsior 2023 di Unioncamere e Anpal, parlano di 59.480 imprese culturali e creative (+3,6% rispetto al 2022), per un totale di 671.460 dipendenti. Con un interessante dato sugli ingressi previsti di nuovi dipendenti: le entrate programmate dalle imprese culturali e creative nel 2023 sono pari a 302.170 unità (in aumento dell’8,8% sul 2022), ossia il 5,5% di quelle preventivate dal totale delle imprese italiane (circa 5,5 milioni). Ma se la crescita riguarda tutto il sistema impresa, la predilezione per i giovani lavoratori spicca nelle Icc, con una richiesta di under 30 del 33,8%, contro il 30% del totale delle imprese.

Va detto però che questi dati si basano sulla classificazione per codici Ateco, e anche se restituiscono l’idea dell’universo imprenditoriale della cultura, non rappresentano in toto le imprese che verranno iscritte nel registro speciale.

La definizione di Icc non mette limiti alla natura giuridica dei soggetti, che può andare da imprese profit al Terzo settore. Ciò significa che i parametri presentati dai decreti dovranno dialogare con i Codici già in vigore. «È un bene che questi decreti impieghino tempo e siano pensati – continua Velani –, perché serve un dialogo con il Codice del terzo settore, per esempio, o con il Codice dello spettacolo che uscirà rinnovato tra pochi mesi. La regolamentazione, la griglia in cui le Icc si muoveranno dovrà essere coerente con quello che già c’è e con il dibattito che si sta portando avanti sul nuovo Codice dello spettacolo. Quello che noi tutti ci auguriamo è che non ci sia un aggravio burocratico».

Altro tema da affrontare sarà quello dell’albo delle Icc di interesse nazionale, che verrà istituito presso il ministero. Un doppione del registro speciale delle Camere di commercio o un albo delle eccellenze destinato a ricevere maggiori risorse? «Il nostro dubbio non fugato è che si utilizzino criteri diversi di selezione – spiega il direttore di Federculture Umberto Croppi –. Poi occorrerà anche stabilire cosa si intende per interesse nazionale. In ogni caso, la cosa importante è che il settore venga riconosciuto, abbia una sua valenza giuridica e delle tutele».

Insomma, sul tavolo restano tante questioni aperte e non è impossibile che si parta con un triennio sperimentale. Le opportunità comunque non mancano e gli interrogativi da risolvere potrebbero portare anche a stabilire dei presupposti per un quadro fiscale, peraltro già auspicato dalle categorie. «In futuro sarà fondamentale uniformare l’Iva sotto al 22 per cento. L’editoria per esempio ce l’ha al 4%: serve un abbassamento radicale e un’omogeneizzazione. Sarebbe anche bello che le spese culturali delle famiglie diventassero detraibili – prosegue Croppi –. Serve dare una spinta alla capacità imprenditoriale: noi eravamo riusciti a far istituire presso l’Istituto del credito sportivo un Fondo di garanzia per le imprese culturali. Negli ultimi due anni non è stato rifinanziato, ma aveva facilitato molto l’accesso al credito».

Fonte: Il Sole 24 Ore, Primo Piano del 29 aprile 2024

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