Intelligenza artificiale, l'Ue finanzierà Pmi e start up

L’alta tecnologia è ormai un fattore cruciale, sia economico che politico. La Commissione europea ha presentato ieri due iniziative su questo fronte. La prima deve permettere alle piccole e medie imprese impegnate nell’intelligenza artificiale di accedere all’uso dei supercomputer comunitari. La seconda è tutta legata alla sicurezza economica. L’esecutivo comunitario vuole meglio monitorare sia gli investimenti in entrata che quelli in uscita. Lo sguardo corre al pericolo Cina.

«Per sviluppare l’intelligenza artificiale è necessaria molta potenza di calcolo – ha spiegato la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager –. Vogliamo quindi dare alle PMI e alle start up un accesso privilegiato alla rete di supercomputer europei». Concretamente, la Commissione europea ha proposto di modificare un regolamento del Consiglio risalente al 2021 e di usare a favore delle start-up i fondi Horizon Europe in modo da attivare investimenti pubblici e privati per 4 miliardi di euro entro il 2027.

La seconda iniziativa è più di lunga lena. Da tempo ormai, l’Unione europea vuole proteggere la propria economia in un contesto internazionale più minaccioso e incerto. Da tre anni, gli investimenti in entrata sono monitorati a livello nazionale. Il timore è che Paesi terzi acquistino aziende europee, appropriandosi del loro know-how. Dal 2021 ad oggi, sono stati analizzati 1.200 investimenti. Secondo le informazioni raccolte qui a Bruxelles, solo il 3% ha dato adito a preoccupazioni.

La Commissione europea ha proposto ieri che il monitoraggio degli investimenti in entrata diventi nei fatti obbligatorio. Attualmente solo 22 Paesi su 27 hanno un meccanismo da usare in tal senso. Mancano all’appello la Croazia, Cipro, la Bulgaria, la Grecia e l’Irlanda (si veda Il Sole 24 Ore del 24 novembre 2021). Inoltre, diventerebbe obbligatorio verificare la natura di investimenti intra-europei quando l’investitore è controllato da un Paese terzo.

Il terreno è scivoloso perché la competenza è nazionale. Bruxelles è quindi prudente. Ancora più prudente quando si tratta di affrontare il tema degli investimenti in uscita. In marzo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva proposto di inserire paletti per evitare di trasmettere a Paesi terzi, magari erroneamente, know-how europeo. Molti governi hanno rumoreggiato. Per ora, Bruxelles ha deciso di raccogliere dati, per poi decidere il da farsi.

Spiegava ieri a un gruppo di giornali il vicepresidente dell’esecutivo comunitario Valdis Dombrovskis: «Vi sono Paesi preoccupati dal futuro delle loro competenze. Altri temono che il controllo degli investimenti in uscita si traduca in nuove forme di protezionismo. Altri ancora vogliono evitare nuovi fardelli burocratici». Anche a livello di G7, il comunicato emerso dal recente vertice di Hiroshima rivela sul tema grande cautela da parte di tutti.

Notava però l’ex premier lettone: «C’è la crescente consapevolezza che il mondo è più conflittuale e che sarebbe appropriato affrontare la sfida della sicurezza economica tutti insieme piuttosto che in ordine sparso». La Commissione vuole che eventualmente il controllo in uscita sia mirato e la reazione proporzionata. Sempre nell’ottica della sicurezza economica, Bruxelles propone di riflettere a possibili controlli sull’export di prodotti a doppio uso, civile e militare.

Come l’iniziativa sul fronte dell’intelligenza artificiale, anche quella relativa agli investimenti finanziari conferma l’importanza di promuovere ma anche proteggere il know-how europeo. In questo senso, è evidente che se il controllo degli investimenti in entrata o in uscita avviene a pelle di leopardo a rimetterci è l’integrità del mercato unico. A questo punto, c’è da chiedersi se una Europa più sovrana e autonoma sia compatibile con la perdurante competenza nazionale in campi quali la sicurezza economica.

Fonte: Il Sole 24 Ore - Primo Piano del 25 gennaio 2024

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