Incentivi dimezzati o scaduti, Industria 4.0 sempre più debole

Il 2023 rischia di essere ricordato come l’anno del definitivo ridimensionamento di quello che era nato con grande enfasi come piano Industria 4.0. Lontano dai riflettori della legge di bilancio, puntati soprattutto sulle misure contro il caro-energia, si sta concretizzando una retromarcia generale su questa categoria di incentivi per gli investimenti. Dal 1° gennaio 2023 il credito d’imposta per le spese in beni strumentali immateriali tecnologicamente avanzati è in vigore con aliquote dimezzate rispetto al 2022. Il ministero delle Imprese e del made in Italy sta lavorando per un ripristino del precedente schema nei prossimi mesi, ma bisogna sbloccare un complesso negoziato con la Commissione europea sull’impiego dei residui delle risorse del Pnrr.

Invece non sono più in vigore il credito di imposta per gli investimenti in attività di formazione su tecnologie 4.0 e quello per i beni strumentali ordinari, sia materiali (tra i quali rientravano i veicoli commerciali) sia immateriali, in sostanza i software di base. Va detto che quest’ultima misura, che aveva sostituito il vecchio superammortamento, veniva abbinata al piano Transizione 4.0 in modo molto estensivo, trattandosi in realtà di un’agevolazione al rinnovo del parco macchinari tradizionali, non funzionali alla digitalizzazione.

Per questo vale la pena soffermarsi soprattutto sui cambiamenti che riguardano proprio gli investimenti per il digitale, premettendo che forse sull’intero piano 4.0 c’è una riflessione in corso da parte dei tecnici di governo anche in considerazione di contestazioni che, in alcuni casi specifici, sarebbero state mosse dall’agenzia delle Entrate sulla natura degli investimenti agevolati.

Ad ogni modo, dal 1° gennaio 2023, il credito di imposta per investimenti in beni materiali 4.0 si è ridotto dal 40 al 20% del costo per la quota di investimenti fino a 2,5 milioni; dal 20% al 10% per investimenti oltre i 2,5 milioni e fino a 10 milioni; dal 10% al 5% da 10 milioni e fino al limite di costi complessivamente ammissibili di 20 milioni. Nel caso di beni immateriali, quindi software avanzati comprese soluzioni di cloud computing, il credito d’imposta è sceso dal 50% al 20% nel limite di 1 milione di euro.

Si dimezzano anche gli aiuti per l’attività R&S. Il tax credit per ricerca fondamentale, industriale e sviluppo sperimentale cala dal 20% al 10%, quello per innovazione tecnologica 4.0 e “green” dal 15 al 10%.

In questo clima di generale stallo sul piano Transizione 4.0 è rimasto impantanato il decreto attuativo, previsto dal Dl Sostegni ter, che avrebbe dovuto innalzare la soglia, da 20 a 50 milioni, per gli investimenti che sono incentivabili con un credito d’imposta del 5%, se inclusi nel Pnrr e diretti alla realizzazione di obiettivi di transizione ecologica. Si era a lungo parlato, nelle settimane che hanno preceduto l’approvazione della manovra, del possibile salvataggio per il 2023 almeno del credito di imposta per la formazione 4.0 ma alla fine non c’è stato spazio per una proroga. Bisognerà capire anche in questo caso se, nei prossimi mesi, ci saranno margini per rimettere in piedi l’incentivo, magari in una versione rivista.

L’unico intervento entrato in legge di bilancio è stata la mini proroga, di tre mesi, per le consegne dei beni strumentali digitali per i quali nel 2022 è stato versato al fornitore un acconto di almeno il 20%. Per accedere all’incentivo (con le aliquote vigenti al 2022) le aziende potranno farsi consegnare il bene fino al 30 settembre 2023 e non più fino al 30 giugno. L’ipotesi del ministero delle Imprese e del made in Italy - varare una proroga di sei mesi, fino a dicembre - è saltata all’ultimo momento ma potrebbe essere recuperata con un emendamento al decreto milleproroghe.

Fonte: Il Sole 24 Ore, Imprese e Territori del 5 gennaio 2023

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