Fondo coesione, lavoro e incentivi: congelati i dossier per il Sud

Fagocitato dal confronto sul reddito di cittadinanza, come se fosse la questione vitale del suo sviluppo, il Mezzogiorno è comparso solo di riflesso in questa contesa elettorale e nel silenzio quasi generale quattro temi urgenti sono stati accantonati. Il riparto delle risorse del Fondo sviluppo e coesione (Fsc) per il ciclo 2021-2027, il negoziato con la Commissione europea sul prosieguo della decontribuzione sui contratti di lavoro, e la riforma degli incentivi alle imprese sono scivolati fuori dal perimetro del governo in affari correnti e del Parlamento a fine legislatura. Perfino il pieno rispetto della clausola che riserva al Sud almeno il 40% degli investimenti del Pnrr è diventato più complicato negli ultimi mesi, anche per la difficoltà delle amministrazioni meridionali a presentare i progetti. Non si sono viste le iniziative preannunciate per blindare questa quota nei bandi e anzi l’argomento è diventato scomodo perché in un governo di centro-destra la Lega lo rimetterebbe probabilmente in discussione. Per ora, gli unici dati ufficiali del Dipartimento politiche di coesione, aggiornati a fine gennaio, dicono che la quota è rispettata (al 40,7%) solo includendo anche 28 miliardi di interventi non ancora attivati, che si può quindi solo stimare vadano effettivamente al Sud.

Di rumore, sulla questione Fsc, ne ha fatto il Pd, anche se è sembrato soprattutto un modo per alzare la tensione mentre i rivali dei Cinque Stelle guadagnavano terreno nel bacino meridionale. Il segretario Enrico Letta ha attribuito ai ministri leghisti, che negano invece una loro responsabilità, il blocco del riparto dei fondi e i deputati del suo partito Piero De Luca e Ubaldo Pagano hanno posto con insistenza il tema firmando un ordine del giorno per impegnare il governo ad adottare immediatamente la delibera del Cipess. Tra regioni e progetti nazionali, i miliardi da ripartire sono quasi 56 miliardi (per la precisione 55,9) ma è tutto fermo. L’assegnazione dei fondi - per ora solo quella relativa alle regioni meridionali - è stata illustrata dal Dipartimento per le politiche di coesione in una riunione del 23 giugno: 22,5 miliardi, di cui 5,6 per la Sicilia e altrettanti per la Campania, 4,1 per la Puglia, 2,5 per la Calabria, 2,1 per la Sardegna, 1,2 per l’Abruzzo, 850 milioni per la Basilicata e 407 milioni per il Molise. È indubbio che ogni settimana di ritardo nella programmazione del Fsc, celebre per le bassissime percentuali di spesa, incida sui piani di sviluppo locali. Il ministro del Sud Mara Carfagna, che aveva fissato come obiettivo l’approvazione di tutti i Piani di sviluppo e coesione entro la fine dell’estate, da parte sua ha giustificato lo stallo con la caduta del governo che ha impedito, ha spiegato, l’approvazione della delibera inizialmente programmata per il 2 agosto.

Occorrerebbe non perdere tempo neppure nel negoziato con la Commissione Ue per l’eventuale estensione della decontribuzione sul lavoro oltre il 2022, misura sui cui effetti per altro gli esperti, oltre che i partiti, sono divisi. Il governo ha ottenuto una proroga tecnica dallo scorso giugno a fine anno nell’ambito del Quadro temporaneo Ue sugli aiuti di Stato collegati alla guerra. Ma per rispettare la norma programmatica inserita dal governo Conte nella legge di bilancio 2021 - cioè l’estensione oltre il 2022 e fino al 2029 - bisogna ridiscutere daccapo la misura, agganciandola probabilmente a una nuova base giuridica. Un iter complesso per il quale potrebbero non bastare i primi due mesi del nuovo governo (ragionevolmente si prospettano novembre e dicembre) a meno che non si decida di far decadere la misura, opzione probabile con Lega e alleati in sella.

È francamente legittimo nutrire qualche dubbio anche sulle reali intenzioni politiche del prossimo esecutivo in merito al riassetto degli incentivi al Sud, sebbene si tratti in questo caso di un impegno inserito ufficialmente nel Pnrr. Sulla base di quanto previsto nel Piano di ripresa e resilienza, i ministeri dello Sviluppo economico e del Sud hanno portato a maggio all’approvazione del consiglio dei ministri un disegno di legge delega per «la realizzazione di un sistema organico degli incentivi alle imprese», con particolare attenzione al Mezzogiorno. Il provvedimento, che tra l’altro lascia al governo 12 mesi per esercitare la delega, non ha mai iniziato il suo percorso in Parlamento e al momento sembra solo una cornice senza un’idea vera di come rendere più efficace il sistema delle agevolazioni. Ad esempio, ma nessuno ne parla, e figuriamoci in campagna elettorale, verificando in modo puntuale l’addizionalità degli investimenti che si incentivano.

Fonte: Il Sole 24 Ore - Primo Piano del 22 settembre 2022

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