Horeca e wedding: possibile soluzione per agriturismo

Il contributo a fondo perduto da richiedere entro il prossimo 23 giugno previsto dall’articolo 1-ter, comma 1, del D.L. n. 73/2021 per le imprese del wedding, dell’intrattenimento, della ristorazione e dei comparti collegati compete anche alle imprese che si occupano di agriturismo.

Tuttavia, né la richiamata disposizione, né il decreto ministeriale attuativo del 30 dicembre 2021, né il provvedimento direttoriale dell’Agenzia delle entrate di cui al protocollo n. 197396/2022 tengono conto della peculiarità di tali attività.

Il decreto attutivo, tra le altre cose, individua i codici Ateco delle attività che possono beneficiare dell’aiuto. Tra questi figura il codice 561012 che identifica le imprese agrituristiche di ristorazione.

Il 3° comma dell’articolo 2135 del Codice Civile definisce le attività agricole connesse tra le quali le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola che esercita il medesimo imprenditore agricolo dedito alla coltivazione del fondo, selvicoltura o all’allevamento. Tra le attività connesse di fornitura di servizi rientrano espressamente quelle di ricezione e ospitalità.

Il problema sorge in quanto, secondo l’articolo 4, comma 2, lett. b) del decreto, costituisce presupposto per fruire del beneficio l’esercizio delle attività elencate nell’Allegato 1) al DM ove risultino prevalenti dalla dichiarazione di inizio o variazione attività di cui all’articolo 35 del D.P.R. n. 633/1972.

L’agriturismo, tuttavia, configurando attività connessa secondo quanto precedentemente illustrato, per sua natura, deve assumere valore secondario rispetto all’attività agricola principale.

La stessa Agenzia delle entrate, con riferimento alle attività di fornitura di servizi ha precisato prima con la circolare n. 44/E del 2002, e successivamente con la circolare n. 44/E del 2004 che «per rientrare fra le attività agricole connesse, l’attività di fornitura di servizi svolta dall’imprenditore agricolo non deve assumere per dimensione, organizzazione di capitali e risorse umane, la connotazione di attività principale».
Analogo inghippo si è verificato precedentemente con il contributo alla filiera della ristorazione previsto dall’articolo 58 del decreto Agosto. In quell’occasione è intervenuto successivamente l’articolo 31-decies del D.L. n. 137/2020 che ha risolto il problema eliminando, per le attività in questione, la condizione della prevalenza.

La possibile soluzione al rebus – In virtù delle disposizioni sin qui richiamate, è comunque possibile presentare domanda di contributo a fondo perduto per le attività agrituristiche.

In assenza di una disposizione che abbia eliminato il requisito della prevalenza per tali attività, è possibile che l’Agenzia delle entrate si muova non tenendo conto del sopra richiamato principio civilistico, ma sulla base della normativa IVA visto che si fa riferimento all’articolo 35 del D.P.R. n. 633/1972.

In sede di dichiarazione di inizio attività, secondo le istruzioni alla compilazione dei modelli AA9/12 e AA7/12, l’imprenditore dichiara quale attività prevalente quella da cui ritiene di conseguire il maggior volume d’affari. Nel caso di impresa agricola che esercita anche attività connesse, si dichiara, in genere, quale attività prevalente una tra le attività di coltivazione del fondo, allevamento o selvicoltura.

Le istruzioni alla compilazione dei due modelli precisano che «non deve essere presentata apposita comunicazione di variazione dati qualora si verifichi esclusivamente lo spostamento della prevalenza tra le attività esercitate e precedentemente comunicate». La prevalenza dell’attività nell’accezione IVA, basandosi sul volume d’affari, è desumibile quindi dalla dichiarazione IVA annuale.

Sulla scorta di quanto precede, è possibile che l’Agenzia, in sede di verifica delle domande, ove si esercitino più attività, possa guardare alle dichiarazioni IVA dei periodi da raffrontare per comprendere quale debba essere considerata l’attività prevalente.

Anche perché l’articolo 2135 del Codice Civile impone che per l’esercizio delle attività connesse di fornitura di servizi vengano in prevalenza utilizzate le risorse dell’attività agricola principale, ma non che dall’attività connessa debba conseguire un volume d’affari minore di quello relativo all’attività principale. E ciò è anche coerente con le dinamiche delle attività agricole. Si pensi ad un imprenditore agricolo che nell’anno perde tutto il raccolto a causa di un evento naturale realizzando un volume d’affari pari a zero e che nel contempo, con le risorse proprie dell’attività agricola, esercita anche attività agrituristica dalla quale scaturisce un volume d’affari.

Sembra questa l’unica lettura possibile nell’assordante silenzio dei Ministeri preposti e dell’Agenzia delle entrate. Posizione che potrebbe essere espressa in caso di rigetto delle domande in sede di richiesta di riesame in autotutela o di contenzioso nella peggiore delle ipotesi.

Per come sono scritte le disposizioni richiamate, invece, nessuna speranza in caso di volume d’affari dell’attività agricola maggiore rispetto a quello dell’attività agrituristica.

Fonte: fiscal-focus.it, Articoli Fisco del 20 giugno 2022

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