Un fondo dei fondi per ricapitalizzare le imprese

Il debito sarà il grande protagonista dell’economia di domani. Quando finalmente usciremo da questa pandemia, tutti i Paesi avranno livelli di debito molto elevati che, presumibilmente, dovremo portarci dietro per molti anni. Non è detto che tale debito debba essere restituito: se si riesce a remunerarlo correttamente, esso può essere sostenibile. Ma, se il debito può non essere restituito, è comunque necessario ridurne il peso relativo, aumentando la crescita del Paese. Sta qui la distinzione tra debito buono e debito cattivo, proposta da Mario Draghi. Se il debito favorisce, in parte rilevante, nuovi investimenti in tecnologia, crescita delle imprese, educazione e quanto serve a far crescere l’economia, allora questo debito è “buono” nel senso che concorrerà a far diminuire il suo peso grazie all’aumento del reddito che ne conseguirà.

Da qui la necessità di ben articolare l’impiego del debito pubblico italiano che quest’anno raggiungerà il 160% del Pil. Sicuramente sono necessarie nuove infrastrutture e investimenti massicci nel sistema educativo e sanitario, ma il governo italiano è anche intenzionato a rafforzare le imprese attraverso iniezioni di capitale volte a garantire la loro continuità e crescita. Per questo ha anche varato un provvedimento di 44 miliardi (Patrimonio dedicato) a debito, volto a ricapitalizzare il sistema delle imprese.

La finalità è condivisibile perché le imprese italiane, dopo il Covid-19, hanno bisogno di ricapitalizzazioni per superare le perdite subite, per riconvertirsi tenendo presenti le nuove condizioni del mercato, per crescere di dimensione e per introdurre le innovazioni tecnologiche che consentano loro di restare competitive sul mercato nazionale e internazionale. La stessa Commissione europea sostiene questo tipo di intervento in tutti i Paesi, nell’ambito di quello che è stato definito il Temporary framework, ossia la sospensione delle limitazioni agli aiuti di Stato, con precisi limiti e modalità per le ipotesi di ricapitalizzazione delle imprese da parte di enti pubblici.

Anche se legittimamente sospesi, i limiti agli aiuti di Stato vanno tenuti presenti, perché erano tesi a evitare distorsioni di mercato e, quindi, resta opportuno che gli interventi dello Stato siano comunque tali da ridurre al minimo queste distorsioni, pur in un periodo caratterizzato da fenomeni così rilevanti da richiedere interventi non convenzionali. Una via per ridurre al minimo queste distorsioni risiede nell’utilizzare gli strumenti e gli operatori di mercato per favorire la ricapitalizzazione delle imprese.

Tra gli operatori esistenti sul mercato che già oggi operano per portare capitale nuovo alle imprese ci sono i fondi di private capital (private equityprivate debtventure capital, nelle diverse forme) che raccolgono il risparmio privato gestito da investitori istituzionali (fondi pensione, assicurazioni, family Office, banche, ecc.) e lo investono nelle società non quotate (in genere Pmi) con l’obiettivo di aumentarne il valore nel  corso di un certo periodo, per poi rimetterle sul mercato e restituire così, con una certa remunerazione, il capitale raccolto. In Italia questo settore è presente e investe meno di 10 miliardi l’anno, mentre in altri Paesi europei comparabili al nostro gli investimenti sono 4/5 volte superiori.

Ecco allora che, se il governo italiano utilizzasse una parte anche limitata di quei 44 miliardi per costituire uno o più Fondi dei Fondi (FdF) per investire nei fondi di private capital, potrebbe perseguire l’obiettivo della ricapitalizzazione delle imprese italiane senza distorsioni di mercato e con un maggior utilizzo del risparmio privato. Infatti, il FdF selezionerebbe i migliori fondi di private capital e investirebbe quote non superiori al 20/30% dei fondi selezionati che, a loro volta, raccoglierebbero sul mercato altri capitali privati, moltiplicando così (per 5 o 3 volte) le risorse da investire sulle imprese. Le imprese sarebbero selezionate sulla base della loro potenzialità di crescita e, quindi, le ricapitalizzazioni andrebbero prevalentemente a buon fine, ciò che consentirebbe allo Stato, in un arco di tempo determinato, di recuperare le somme investite e di ridurre così il debito contratto. Il FdF potrebbe definire alcune regole e parametri per conseguire alcuni obiettivi di politica industriale.

In questa maniera il processo di ricapitalizzazione delle imprese, necessario dopo questa pandemia, risulterebbe neutro nei confronti del mercato e potrebbe assumere dimensioni rilevanti, mentre crescerebbe l’industria del private capital che nei Paesi avanzati gioca ormai un ruolo determinante nel far affluire il risparmio verso il finanziamento delle imprese, controbilanciando la tendenziale riduzione della presenza del credito bancario, evidente in tutto il mondo. Lo Stato contrarrebbe così del debito “buono” per l’economia e per il Paese.

Fonte: Il Sole 24 Ore - Primo piano del 16 ottobre 2020

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