Con l’aumento Irap del 2% sconto di 3,5 euro a MWh alle Pmi

Il giorno dopo il varo del decreto energia, che ha provocato non pochi sussulti in Borsa per le aziende del comparto energetico, continua a far discutere la novità, inserita in zona Cesarini, dell’aumento dell’Irap di due punti percentuali per i soggetti che operano su più snodi della filiera energetica a favore del taglio degli oneri (Asos) alle Pmi non energivore. E i cui effetti, che ieri sono stati illustrati a grandi linee dal governo dopo l’ok al Dl, sono maggiormente dettagliati nella Relazione tecnica allegata al provvedimento.

Nel documento, con cui la Ragioneria generale dello Stato ha passato al radar le misure, sono infatti delineati i risparmi attesi partendo dai consumi della platea interessata dalla misura. Secondo la relazione, questi ultimi sarebbero pari a 125 terawattora (TWh) e il beneficio medio stimato connesso alla misura, ammonta «a 3,5 euro a megawattora l’anno per il 2026, 4 euro per MWh per il 2027 e di 0,54 euro per MWh per il 2028». Il tutto in virtù del fatto che le maggiori entrate si concentrano nei due anni interessati dall’aumento del tributo regionale con una progressione influenzata dal gioco degli acconti e che prevede, nel dettaglio, un “ritorno” di 431,5 milioni nell’anno in corso, 501,1 milioni nel 2027 e un residuo di 68,4 milioni nel 2028, dovuto in questo caso alle imprese cosiddette “a cavallo”, cioè quelle che non hanno l’esercizio coincidente con l’anno solare.

Questo è lo spaccato puntuale frutto del lavoro dei tecnici del Mef che fotografa i “beneficiari” a valle dell’incremento dell’aliquota praticata a monte. Dove i soggetti interessati dall’ulteriore prelievo sono stati individuati, come sempre accade in operazioni di natura fiscale, attraverso i codici Ateco con cui vengono identificate e classificate le attività economiche.

Scorrendo, dunque, la tabella allegata al provvedimento e richiamata dall’articolo 3, si vede come l’ulteriore prelievo copra un’ampia platea concentrata su tre tipologie di attività (attività estrattive, manifatturiero e fornitura di elettricità, gas, vapore e aria condizionata) e che spazia dalle aziende di produzione, trasmissione e distribuzione elettrica a quelle - fronte gas -, che esercitano le stesse attività (produzione e distribuzione di combustibili gassosi mediante condotte, è la dicitura messa nero su bianco in fondo al decreto), per arrivare a chi fabbrica i prodotti di cokeria o quelli derivanti da raffinazione del petrolio e da combustibili fossili.

Un perimetro, non da poco, dunque, al quale il governo ha chiesto un contributo sul modello di quanto fatto con le banche in manovra, come ha ribadito la premier Giorgia Meloni. Non prima di aver rimarcato anche la ratio che ha spinto l’esecutivo ad andare avanti sull’Ets (il sistema europeo di scambio delle quote di emissioni di CO2) con l’obiettivo di scorporare questa componente dal prezzo del gas pagato a monte dai produttori termoelettrici. Il governo, come noto, ha disegnato un meccanismo di “compensazioni” che l’Arera dovrà ora mettere a terra a valere sugli oneri elettrici. Ma la vera partita sul decreto, ora atteso dalla bollinatura prima dell’approdo in Gazzetta, si gioca a Bruxelles. Dove, come ha spiegato un portavoce della Commissione Ue interpellato ieri sulla compatibilità del Dl con le regole europee, gli esperti già «stanno esaminando il testo, abbiamo bisogno di un’analisi complessiva prima di esprimere una valutazione che siano aspetti legati agli aiuti di Stato o agli Ets».

Fonte: Il Sole 24 Ore, Primo Piano del 20 febbraio 2026

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