A imporre una valutazione sulla capacità delle imprese di sfruttare il nuovo meccanismo è il cambio di formula del bonus sugli investimenti 2026-28, da credito d’imposta a maxideduzione. Un’elevata incidenza dell’ammortamento negli ultimi rendiconti fa pensare a beni strumentali con una vita media di quattro o cinque anni alle spalle (considerando le aliquote di ammortamento più diffuse). E ciò potrebbe lasciare campo aperto a nuovi investimenti. Il dato delle imposte correnti, invece, misura quanto margine c’è per assorbire la maggiorazione di costo in cui si traduce oggi l’agevolazione.
La differenza rispetto al passato è netta: se un credito d’imposta può essere subito usato per pagare tasse e contributi, la maxideduzione sugli investimenti 2026 alleggerirà l’Ires da versare nel 2027; inoltre, chi è in perdita dovrà attendere di tornare al segno più per sfruttarla, e questo riduce la platea degli interessati. Se si escludono le realtà di minori dimensioni, comunque, il volume dell’Ires dovuta – almeno a livello medio – sembra sufficiente ad accogliere gli sgravi (si veda l’articolo in basso).
Il fatto che l’agevolazione riguardi gli acquisti di beni strumentali eseguiti dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028 favorirà la pianificazione aziendale. Ma molto dipenderà anche dalla semplicità e dalla chiarezza della procedura da seguire: la bozza di decreto attuativo circolata nei giorni scorsi prevede comunque una prenotazione (non il massimo, dopo l’esperienza di transizione 5.0); e restano altri aspetti da chiarire rapidamente, come i requisiti «made in Eu» dei beni e dei software.
Il bonus si articola in tre fasce, modulando l’intensità dell’incentivo in funzione della “taglia” di spesa: 180% per investimenti fino a 2,5 milioni di euro; 100% per quelli tra 2,5 e 10 milioni; 50% per la quota compresa tra 10 e 20 milioni. Oltre tale cifra, non è prevista alcuna maggiorazione.
Chi approfitterà della nuova agevolazione? I dati di InfoCamere mostrano situazioni poco diversificate, con il livello degli ammortamenti che – in termini di media settoriale – scende al 60% nei trasporti. Va detto peraltro che il dato generale del 62% si appiattisce inevitabilmente su quello della manifattura, visto il peso preponderante del “costo impianti” iscritto dalle aziende di questo settore (circa l’80% dei 259,8 miliardi di euro rilevati in totale).
L’analisi per classe dimensionale evidenzia che i soggetti più piccoli – fino a 5 milioni di euro di valore della produzione – tendono ad avere impianti più “giovani” e meno ammortizzati nella manifattura, mentre l’incidenza degli ammortamenti è di una decina di punti più alta, fino al 66%, nelle realtà con un valore della produzione fino a 50 milioni di euro. Poi scende leggermente in quelle più grandi. Il record, comunque, spetta ai trasporti, e in particolare alle aziende con un valore della produzione tra 50 e 100 milioni: qui l’incidenza è in media al 74% e suggerisce beni strumentali più datati (ricordiamo che i mezzi di trasporto in senso stretto non rientrano nella voce “Impianti”).
Le imprese fino a 5 milioni di valore della produzione mostrano inoltre livelli medi di imposte correnti non sempre in grado di assorbire le deduzioni. La fotografia di questi soggetti è però resa sfocata dai bilanci in forma abbreviata e dalle microimprese. Si spiega così il fatto che le realtà analizzate siano “solo” 107mila a fronte delle quasi 390mila imprese con un valore della produzione maggiore di zero nei quattro settori esaminati. «Dalle rivalutazioni agli ammortamenti, fino alle imposte: le analisi che permettono a istituzioni e operatori economici di decodificare le strategie finanziarie e la reale competitività delle nostre imprese sono abilitate anche dalla ricchezza di dettagli delle note integrative», ricorda il direttore generale di InfoCamere, Paolo Ghezzi.
Per stimare gli effetti finanziari della nuova maxi-deduzione, la relazione tecnica è partita dal totale degli investimenti in beni materiali e immateriali eseguiti nell’anno d’imposta 2023 per fruire del tax credit Transizione 4.0: pari rispettivamente a 12 miliardi e a 370 milioni di euro. Effetti che sono stati ricalcolati in ragione delle altre novità previste, come il massimale più elevato per i beni immateriali (che prima era a 1 milione di euro) e l’esclusione degli acquisti di prodotti extra Ue. Mentre il ventaglio di beni agevolati e funzionali alla trasformazione digitale dei processi produttivi (allegati A e B alla legge 232/2016) è stato aggiornato per recepire le recenti evoluzioni tecnologiche. Dalla sensoristica avanzata ai sistemi di analisi dei dati.
Fonti: Il Sole 24Ore, Primo Piano del 19 gennaio 2026