Incentivi 5.0, per chi è in coda retrocessione al bonus 4.0

Si profila un’altra amara sorpresa per le imprese che per il 2025 puntavano sui crediti d’imposta del piano Transizione 5.0. L’emendamento governativo al disegno di legge di bilancio, infatti, reperisce 1,3 miliardi aggiuntivi per soddisfare le domande inevase ma, in realtà, in riferimento al vecchio piano Transizione 4.0, che prevede agevolazioni fiscali meno vantaggiose.

In pratica, il meccanismo che si profila, a meno di correzioni ulteriori, dovrebbe portare per chi è in lista d’attesa a uno scivolamento dal bonus 5.0 a quello 4.0. Una retrocessione di fatto. Rischia di essere un’altra beffa dopo che il 7 novembre era stato repentinamente comunicato che il plafond di Transizione 5.0, in origine 6,23 miliardi di euro a valere sul Pnrr, sarebbe stato chiuso a 2,5 miliardi, in netto anticipo rispetto alla scadenza inizialmente fissata al 31 dicembre 2025. Le prenotazioni sono state lasciate comunque aperte fino al 27 novembre e i progetti in lista d’attesa hanno raggiunto circa 1,8 miliardi di euro. Il governo è poi intervenuto con un decreto legge che ha stanziato solo 250 milioni. Anche se bisognerà capire quante imprese comunicheranno l’effettivo completamento degli investimenti entro il 28 febbraio, si prospetta una coda superiore agli 1,3 miliardi che il governo è riuscito a individuare nell’ambito della rimodulazione del Pnrr. Va tra l’altro considerato che le prenotazioni per Transizione 4.0 andranno avanti fino al 31 dicembre e che anche per questa misura il tetto massimo, fissato in questo caso a 2,2 miliardi, è stato superato (al momento sarebbero comunque maturate economie per circa 200 milioni).

La scelta di finanziare il 4.0 anziché il 5.0, con la regia della Ragioneria dello Stato, è stata dettata innanzitutto dal fatto che i crediti d’imposta 5.0, in virtù delle regole Eurostat, avrebbero un impatto sul deficit concentrato nell’anno di effettuazione dell’investimento. La spalmatura dell’effetto deficit su più anni era stata invece concessa all’Italia, in deroga, per il regime 4.0 in quanto era già stato introdotto prima che trovassero applicazione i nuovi orientamenti Eurostat. Ora, come detto, è altamente probabile che avvenga lo scivolamento all’indietro per chi si è prenotato e, tra i due strumenti, ha esercitato l’opzione per il 5.0. La differenza, non da poco, sta sia nella gestione del progetto di investimento, in quanto il 5.0 rispetto al 4.0 prevede anche obiettivi di efficientamento energetico, sia ovviamente nell’entità del beneficio. Transizione 4.0 consente di accedere a un credito d’imposta del 20% (per investimenti fino a 2,5 milioni), decrescente all’aumentare della spesa: 10% oltre 2 milioni e fino a 10 milioni e 5% oltre 10 milioni e fino a 20 milioni. Il 5.0 in vigore quest’anno era decisamente più vantaggioso: bonus del 45% per investimenti fino a 10 milioni con il massimo risparmio energetico conseguito. Va da sé che la scelta del Tesoro di coprire i progetti in attesa non più con il 5.0 ma con il 4.0 comporta un minore esborso in termini di copertura. Intanto il ministero delle Imprese e del made in Italy (Mimit), che gestisce il piano, sta studiando possibili soluzioni alternative. Una, che passerà per un ulteriore emendamento, è la possibilità per le imprese “retrocesse” di scegliere in alternativa di entrare nel nuovo piano Transizione 5.0, quello che dal 1° gennaio 2026 sostituirà il credito d’imposta con l’iperammortamento. Anche qui, però, vanno fatte delle riflessioni. L’emendamento governativo ha sì garantito certezza temporale per la programmazione degli investimenti, che ora possono arrivare fino a settembre 2028, ma per il resto si è rivelato peggiorativo. È stata cancellata la maggiorazione per le spese in transizione ecologica (quindi l’iperammortamento sarà al massimo del 180% e non più del 220%), è stata inserita un clausola made in Europe che complicherà gli acquisti ed è stata ristretta la platea dei moduli fotovoltaici incentivabili. Inoltre, nonostante le attese, è stata confermata la previsione di un decreto attuativo. Il Mimit sarà pronto in pochi giorni, ma il provvedimento dovrà comunque andare al ministero dell’Economia per il concerto e poi all’esame della Corte dei conti. La partenza del piano slitterà insomma di almeno un mese rispetto al 1° gennaio 2026. Con un vuoto tra il vecchio e il nuovo piano.

Fonte: Il Sole 24 Ore, Primo Piano del 19 dicembre 2025

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