Transizione 5.0 più semplice ma resta il nodo delle risorse

Semplificato, ma con la grande incognita delle risorse. Il nuovo piano di incentivi Transizione 5.0 inserito nel disegno di legge di bilancio sarà quasi sicuramente ritoccato nel corso dell’esame parlamentare, con la riduzione degli oneri documentali a carico delle imprese che potranno autocertificare gli obiettivi iniziali di risparmio energetico che intendono conseguire con il progetto di investimento. È quasi pronta poi la nuova lista di beni strumentali che si potranno acquistare beneficiando dell’iperammortamento, con maggiore attenzione a nuovi campi tecnologici come l’intelligenza artificiale e la cybersecurity. Sarà inoltre in gran parte dribblato il tortuoso iter di implementazione evitando il decreto interministeriale e inserendo le disposizioni applicative direttamente in emendamento, fatta salva probabilmente la necessità di un decreto direttoriale leggero. Ma nel frattempo ministero dell’Economia, ministero delle Imprese e del made in Italy e ministero degli Affari Ue, del Pnrr e della coesione sono alle prese con il rompicapo delle coperture: come finanziare contemporaneamente i progetti del 2025 rimasti in lista d’attesa per l’esaurimento dei fondi e il prolungamento del nuovo piano oltre il 2026?

Le procedure

Per semplificare il quadro, rispetto a quella che è stata fino ad oggi Transizione 5.0 (un dedalo di adempimenti e comunicazioni), il punto di partenza è un comma del nuovo articolato inserito nel Ddl di bilancio: «Per l’accesso al beneficio – si legge - l’impresa trasmette, in via telematica tramite una piattaforma sviluppata dal Gestore dei Servizi Energetici, sulla base di modelli standardizzati, apposite comunicazioni e certificazioni concernenti gli investimenti agevolabili». Rispetto al vecchio piano, i tecnici del ministero delle Imprese e del Gse studiano l’eliminazione dell’obbligo di trasmettere una certificazione «ex ante», attestante la riduzione dei consumi energetici conseguibile mediante gli investimenti progettati. Fino a oggi questo documento doveva essere rilasciato da un certificatore abilitato mentre con la modifica allo studio basterebbe un’autocertificazione dell’impresa. Resterebbe invece in piedi l’obbligo di una certificazione «ex post», che provi l’effettiva realizzazione degli investimenti in conformità all’autocertificazione.

Gli allegati con i beni strumentali

Il lavoro già in corso da alcuni mesi al ministero delle Imprese porterà all’aggiornamento dell’elenco che con due distinti allegati (A e B) fu inserito nella legge di bilancio 2017, che diede il via all’originario piano Industria 4.0. Sull’estensione del perimetro dei beni, includendo tecnologie e applicazioni che all’epoca erano in fase primordiale o comunque non avevano ancora una diffusione su larga scala, sono stati presentati alcuni emendamenti della maggioranza alla manovra, una base sulla quale si potrebbe inserire la riformulazione governativa. A titolo di esempio, gli emendamenti parlamentari puntano a includere nell’allegato A, che riguarda i beni strumentali materiali, sistemi di misura e di ispezione in linea con sistemi di machine vision avanzata e intelligenza artificiale /edge per controllo di qualità; apparecchiature indossabili (wearable) per assistenza e training; sistemi per gestione energetica (Ems) di sito e integrazione fonti rinnovabili /accumuli. Invece l’allegato B, che riguarda i beni immateriali come i software, potrebbe aprirsi a piattaforme di intelligenza artificiale avanzata e generativa e a piattaforme di cybersecurity per operazioni di information technology; sistemi di tutela della privacy relativi all’accesso e alla portabilità dei dati da prodotti connessi; sistemi di multiaccess edge computing.

Il problema risorse

Il compito più difficile, per i ministeri coinvolti, è in realtà risolvere il problema delle risorse. Dopo il repentino stop al piano Transizione 5.0 comunicato il 7 novembre, una volta sfondato il muro dei 2,5 miliardi di euro pattuiti con la Ue nella rimodulazione del Pnrr, le imprese hanno continuato a presentare progetti entrando in lista d’attesa. Alla scadenza fissata per il 27 novembre, le prenotazioni si sono fermate a 4,8 miliardi di euro, con un surplus quindi di 2,3 miliardi. Se consideriamo che nel frattempo Transizione 4.0 ha superato di 100 milioni il tetto fissato a 2,2 miliardi (e in teoria la lista d’attesa potrebbe ancora allungarsi) siamo a un buco da coprire di 2,4 miliardi.

Nel frattempo il Mimit ha imposto la procedura di opzione obbligatoria per chi aveva prenotato sia i crediti d’imposta 4.0 che quelli 5.0. E una serie di progetti, sebbene presentati entro i termini, potrebbero decadere per mancanza di requisiti. Ma questo non basta a tranquillizzare il Tesoro chiamato a trovare risorse per coprire il buco. Anche ipotizzando uno scenario prudenziale, che decadano cioè quasi due terzi dei progetti 5.0 presentati, resterebbero da trovare fondi per 800 milioni-1 miliardo.

Un onere da aggiungere a quello da sostenere per prorogare il nuovo piano, che con una dote di 4 miliardi il Ddl di bilancio al momento ha circoscritto a investimenti effettuati tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2026. L’obiettivo politico di prolungare l’iperammortamento anche per il 2027 e il 2028 è condiviso dai vari ministeri. Ma la realizzabilità non è scontata. Un’opzione è fermarsi al biennio, un’altra è limitarsi a inserire una norma programmatica con stanziamenti parziali per il 2027 e 2028, come già fatto per il credito d’imposta per gli investimenti nella Zona economica speciale. L’ipotesi minima, invece, è allungare la scadenza per la consegna dei beni, oggi fissata al 20 giugno 2027 se è stato versato al fornitore del bene un acconto almeno del 20% entro il 2026.

Fonte: Il Sole Ore, Primo Piano del 2 dicembre 2025

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