I fondi per il piano antiviolenza sulle donne sono aumentati, arrivando a 80,2 milioni nel 2024. Ai quali si aggiungono 32 milioni per il reddito di libertà e tre milioni all’anno per la formazione delle donne che escono da un’esperienza di maltrattamenti. E queste sono buone notizie. Sul fronte dei centri antiviolenza e delle case rifugio, però, la revisione dei requisiti minimi stabilita dall’intesa in Conferenza Stato-Regioni nel 2022, che sta per entrare in vigore il prossimo 14 settembre, dopo un prolungamento del periodo transitorio stabilito nel 2024, rischia di dimezzare le strutture che potranno accedere ai finanziamenti pubblici. Una prospettiva non rosea, considerando i 115 femminicidi avvenuti nel 2024 e i 51 del primo semestre 2025.
Le misure per la prevenzione
Il disegno di legge che introduce nel Codice penale il reato autonomo di femminicidio, approvato dal Senato il 23 luglio, è una misura che interviene quando l’esito della violenza è già il peggiore. In molti hanno sottolineato infatti l’esigenza di lavorare sulla prevenzione, a partire dall’educazione nelle scuole, e anche nella formazione degli operatori delle forze dell’ordine, delle autorità giudiziarie e delle pubbliche amministrazioni.
Le misure introdotte negli ultimi anni sono diverse. In particolare, fanno notare dal Dipartimento Pari Opportunità, degli 80,2 milioni del piano anti-violenza stanziati nel 2024 (che si prevede di mantenere allo stesso livello anche per il 2025), 40 milioni sono stati destinati al funzionamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio attuali, 15 milioni ad azioni delle Regioni, 20 milioni alla realizzazione di nuove case rifugio, 5 milioni per la realizzazione di centri antiviolenza.
È stato poi reso strutturale il reddito di libertà, l’assegno da 500 euro al mese riconosciuto per un periodo massimo di 12 mesi alle donne vittime di violenza seguite dai centri. Le domande arrivate nel 2025 sono 5.068. I fondi disponibili per il triennio 2024-2026 sono 32 milioni.
Altri 12 milioni finanziano poi lo sgravio contributivo totale per i datori di lavoro che assumono donne vittime di violenza e beneficiarie del reddito di libertà. Finora sono state accolte le domande per 88 assunzioni (fonte Inps). Gli operatori del settore fanno notare che le donne con un cammino di uscita dalla violenza familiare in corso fanno fatica a essere assunte e anche a trovare una casa in affitto.
La lettura della violenza
«Il problema principale – spiega Silvia Terrana, che coordina il nucleo Polizia donne e minori-Commissari di Polizia locale di Milano - non riguarda le risorse, purtroppo è culturale. Fatichiamo a liberarci da quel patriarcato nel quale siamo stati immersi fino all’altro ieri. E questa fatica riguarda tutti, anche chi è deputato a intervenire in quanto pubblico ufficiale su questi reati».
Negli ultimi anni c’è stato un incremento dei reati contro le donne e delle denunce (si vedano i numeri nella grafica in pagina). «Un numero che è cresciuto - spiega Annamaria Picozzi, Sostituto Procuratore generale a Palermo - in parte grazie all’emersione del sommerso, dovuta a un cambiamento della sensibilità e dell’attenzione, in parte alla crescita della violenza, che nello specifico di quella di genere è strettamente collegata a un’asimmetria di potere, all’esercizio di un dominio del genere maschile su quello femminile, tanto che la violenza esplode quando questo potere viene meno, perché la donna se ne libera. Non a caso, il nuovo disegno di legge sul femminicidio ne parla espressamente».
L’allarme sui centri antiviolenza
I centri antiviolenza in Italia sono 435, con una distribuzione non uniforme sul territorio nazionale, e al di sotto della copertura prevista per l’allineamento alla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne, ratificata dall’Italia nel 2013. Questa copertura sarebbe di un centro antiviolenza ogni 50mila donne sopra i 14 anni. L’Italia ne ha uno ogni 76mila. In pratica, l’Italia dovrebbe avere almeno 624 centri. Alle strutture antiviolenza si rivolgono oltre 61mila donne all’anno (dato Istat). Le Case rifugio sono invece 444.
L’intesa siglata in Conferenza Stato-Regioni tre anni fa (146/CU del 14 settembre 2022) stabilisce come requisiti minimi dei centri, essenziali per accedere ai finanziamenti pubblici, l’iscrizione al Registro unico nazionale del Terzo settore, un’esperienza quinquennale consecutiva in attività contro la violenza maschile sulle donne e l’attività di contrasto alla violenza maschile sulle donne come esclusiva o prevalente, fissata nello statuto. «Quest’ultimo requisito - spiega Alessandra Rinaldi, presidente della Commissione Donne CooperAzione di Confcooperative - taglierebbe fuori i centri gestiti da cooperative, che sono la metà del totale. Le cooperative hanno storicamente una molteplicità di attività, complementari a quelle dei centri antiviolenza, come la formazione e l’accompagnamento al lavoro. Con questa nuova previsione - aggiunge - si chiuderebbero servizi esistenti e non se ne potrebbero aprire di nuovi».
Venerdì 25 luglio si è svolto un incontro dell’Osservatorio nazionale sulla violenza contro le donne, per ragionare su una soluzione con le associazioni coinvolte, con l’obiettivo di non ridurre i servizi. «Per garantire la continuità della rete territoriale - si legge in una nota del Dipartimento delle pari Opportunità - l’attuale Governo aveva sospeso fino a settembre l’entrata in vigore dell’intesa siglata nella scorsa legislatura. Ha poi sottoposto a tutti gli attori interessati un’ipotesi di revisione dell’intesa, che manterrebbe per il futuro i nuovi requisiti ma salverebbe i centri e le case Rifugio già operanti, scongiurandone la chiusura». Alla luce del mancato accordo fra le parti, il Dipartimento ha chiesto a tutti i soggetti coinvolti una nuova proposta di revisione. «Qualora le parti non raggiungessero una soluzione condivisa - si legge ancora nella nota finale - il Governo si farebbe carico di scongiurare l’interruzione sul territorio dei servizi di accoglienza per le donne vittime di violenza».
Fonte: Il Sole 24 Ore, Primo piano del 28 luglio 2025.