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Patent box, per le correzioni il match slitta in manovra

Il match tra nuovo e vecchio patent box è destinato ad essere combattuto fuori dal ring del decreto fiscale. I round supplementari si svolgeranno sempre al Senato, ma questa volta nella legge di bilancio. Quando tutto sembrava fatto con la cumulabilità della maxi deduzione al 90% dei costi sostenuti per la ricerca con il credito d’imposta per investimenti in ricerca e sviluppo, proposta dal Mef è piombato sul tavolo delle commissioni un nuovo correttivo proposto dallo Sviluppo economico che prevede la possibilità di scelta tra il vecchio e nuovo regime.

Un emendamento, quello sostenuto dal ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti (Lega), che nella sua ultima stesura riformulava e superava i correttivi soppressivi del nuovo patent box presentati da Italia Viva, Forza Italia, Pd e Movimento Cinque stelle. Ma in che modo? Alle imprese intenzionate a investire in ricerca e sviluppo veniva lasciata aperta la possibilità di optare per la vecchia deduzione al 50% degli utili prodotti da brevetti, software, know how o, in alternativa, per la nuova deduzione al 90% dei costi di ricerca e sviluppo di marchi, software e altri beni immateriali. Non solo. Per alleggerire i carichi di lavoro dell’agenzia delle Entrate, la proposta del Mise introduceva anche un visto di conformità per attestare i presupposti che danno diritto al regime fiscale agevolato scelto tra i due, «nonché la veridicità e la congruenza della relativa documentazione». Il ritocco all’emendamento apportato all’ultima ora prevedeva inoltre che per il ruling, richiesto nei casi più importanti di patent box vecchia maniera, il ministero dell’Economia, sentito quello dello Sviluppo Economico, per fissare i redditi detassabili dall’impresa avrebbe potuto determinare degli standard sulla possibile remunerazione degli asset immateriali da agevolare. In sostanza si sarebbero dovuti determinare dei parametri oggettivi per verificare in tempi rapidi se le proposte di sconto fiscale richieste dalle imprese fossero ammesse.

Ma il ministero dell’Economia non è arretrato dalla sua scelta di cancellare il vecchio patent box e sostituirlo con una versione nuova e semplificata. La soluzione prospettata per rivedere l’articolo 6 del decreto fiscale era quella di consentire l’utilizzo della nuova deduzione al 90% dei costi di ricerca e sviluppo anche a chi ha chiesto il credito d’imposta sempre per sostenere investimenti in ricerca e sviluppo. Una cumulabilità che avrebbe riguardato anche i costi già sostenuti per sviluppare, ad esempio, dei brevetti.

Lo scontro tra i due ministeri si consumerà in legge di bilancio, ma sul campo a restare feriti sono sempre i contribuenti. Salvo ripensamenti notturni prima del via libera al decreto per l’invio in Aula atteso alle 12 e 30, non è stato rivisto il regime transitorio tra i due regime che, per come è stato approvato dal Governo, si è trasformato in una esclusione per l’anno d’imposta 2020 dell’esercizio dell’opzione per beneficiare ancora della detassazione degli utili sui beni intangibili.

Una modifica promessa a più riprese dal Governo per superare la palese violazione dello Statuto del contribuente ma che alla fine sembra essere caduta nel vuoto e difficilmente recuperabile visto che i termini per esercitare l’opzione sono scaduti ieri con l’ultimo giorno utile per inviare all’amministrazione finanziaria le dichiarazioni dei redditi.

Fonte: Il Sole 24 Ore, primo Piano del 1° dicembre 2021

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